venerdì 4 novembre 2011

Campo Invernale Clan del Mattone

Torino 29 Ottobre 2011
Ci ritroviamo nel marmoreo tramezzo della biglietteria della stazione centrale.
Le aspettative sono alte, ma i pantaloni ancora corti. Salutiamo il Novi pronto per la sua Route in 5 (ormai quattro) terre, e nonostante il ritardo di due capi clan maschi su due, saliamo in orario sul treno.
Il treno è il tipico Vivalto, progettato per impedire le chiacchiere con il vicino. In ogni caso, riusciamo a ciciarare, e tra conversazioni sul branco, la giurisprudenza e su glossari Italo-australiani, arriviamo a Torino Porta Nuova.
Il caos torinese ci investe, tra clacson strombazzanti e viali sconfinati, e riusciamo a imbarcarci sulla 68 che attraversando il centro e la Dora Riparia, ci trasborda fino a via Mantova e al Caffè Basaglia. Quartiere Aurora: case liberty, vecchie fabbriche e negozi di marmisti (il cimitero monumentale è qui vicino)
Entriamo al caffè Basaglia, e sulla porta incrociamo il simpatico Enzo, cofondatore del caffè, e nostra guida per la serata. Enzo ci racconta di come sia nata l’associazione ( nel novembre 2006) per iniziativa di sette amici, tutti che si dichiarano felicemente “non esperti”. La ragione dietro al caffè è la voglia di dare un segnale di cambiamento alla città, unita al desiderio di portare a compimento la famosa legge Basaglia, costruendo un luogo in grado di essere un punto di integrazione e lavoro per pazienti psichiatrici.
Il caffè è situato in un ex opificio militare del 1904, pieno di capannoni e spazi usati poi come studi cinematografici, i primi del genere in Italia: sono stati il set del famoso “Cabiria” di Pastrone e visitati persino dai fratelli Lumiéres.
A poco a poco, grazie all’aiuto di benefattori privati, la passione dei volontari e l’interesse suscitato dai media nazionali , la realtà cresce e si articola in diversi progetti: il caffè, gli eventi culturali, l’ospitalità per i migranti, la raccolta fondi per associazioni per i diritti umani in America Latina e Africa, l’orto urbano, ma anche il supporto a realtà simili che iniziano a nascere altrove (a Treviglio, a Pistoia…). Il tutto senza il becco di un quattrino da parte del settore pubblico.
A poco a poco il discorso scivola sui pazienti: ragazzi e ragazze con storie traumatiche, che convivono ogni giorno con lo spettro di una malattia desolante e capricciosa. Tuttavia, Enzo ci racconta di come a poco a poco il lavoro , l’autonomia, il poter “vivere per conto loro e pagarsi la bolletta” abbia aiutato questi pazienti a crescere , ad affermarsi, a riscoprire la vicinanza di altre persone, ed il loro affetto.
Ed effettivamente, noi del clan siamo rimasti stupiti di come fosse difficile distinguere i pazienti dai normali ( e chiaramente, senza nulla togliere ai secondi!)
Così inizia il nostro servizio: improvvisarci camerieri, barman, cuochi, lavavetri per dare una mano al servizio ai tavoli ed in cucina. Senza contare che era in corso una roboante cena di matrimonio rumena, e i nostri RS dovevano portare le pietanze, evitando i volteggi di danza “ispirati” (diciamo così) degli invitati.
Per fortuna a guidarci c’erano i veri camerieri, che con infinita pazienza e sorrisi ci hanno aiutato. E così tra una forchetta che cade ed un cocktail da imparare, arriviamo a fine serata, stanchi ma felici per un servizio che anche se non ci ha permesso di conoscere al meglio i ragazzi, ci ha dato la possibilità di essere utili.
Rincasiamo nella nebbia torinese, sul lungo Dora umido e coperto di foglie morte, fino all’oratorio che ci farà da base per le notti. Il tempo della preghiera spontanea/obbligatoria, un pensiero a Marti&Pietro che non sono potuti venire, e siamo già sotto le coperte.
Zzzzzz

Torino 30 Ottobre 2011
Sveglia presto, per cogliere la messa intirizzita delle 8.30. Salutiamo il parroco, che ci ospita con il sorriso, e caricati gli zaini in spalla ci mettiamo in marcia verso il colle di Superga. Superiamo il Po, ed i suoi alberi accesi dall’autunno, e fra improbabili indicazioni dateci da un benzinaio e villette ordinate, troviamo il sentiero delle Traverse, che collega al santuario. Iniziamo la salita, e dopo poco i maglioni sono di troppo, mentre attraversiamo boschetti alla Avatar, e costeggiamo la Dentiera ferrata. Cammina cammina, in un nebbione degno della Bovisa, arriviamo alla sommità del monte, al chiesone costruito da Vittorio Amedeo II come voto per la vittoria su Francesi e Spagnoli dopo il lungo assedio alla città, nel 1706.
Giriamo nel parco dietro i mattoni dell’abside, e ci soffermiamo di fronte alla lapide che commemora gli Invincibili del Grande Toro, sconfitti soltanto dal fato nel lontano 1949. Ci sediamo su alcune panchine a sgranocchiare i panini (mentre la capo clan ci fa gavettoni involontari di acqua gelida) e veniamo dopo poco raggiunti da una squadra di cricket indiana in vacanza, che dopo aver notato la pendenza del prato e aver perso due palline nel sottobosco, si dedica a sua volta al cibo.
Il freddo si fa pungente, e cerchiamo riparo dentro la chiesa, vicino alle tombe reali. Ma il pavimento e gelido e le palpebre si fanno pesanti (almeno mie e di Giuls) mentre il buon Teo ci spiega di che malattia parliamo quando diciamo follia. Dopo poco il guardiano prima tenta di persuaderci a fare la visita guidata, poi davanti alle nostre braccine corte ci scaccia come venditori dal tempio.
Così iniziamo a scendere, accompagnati da tre famiglie torinesi con bambini, cani e padri zuzzurelloni (la vida es competicion).
Finalmente alla base, con i polpacci e i glutei contratti (almeno io… 4 anni di LC pesano!). Un po’ stesi nei sacco a peli, ci lanciamo in schitarrate e canti disney, mentre il thé bolle sul fornello.
Rifrancati chiudiamo l’intervento di Teo con attribuzione dei vari sintomi psichiatrici ai vari membri del clan, e poi Giulia Montreal presenta la storia dei manicomi, e la legge Basaglia: la conclusione è che la legge era portatrice di buon idee e ha portato un rinnovamento necessario nel dibattito sulla psichiatria, ma al contempo la sua applicazione è rimasta incompiuta, soprattutto perché non si sono poste le basi per una vera integrazione dei malati nella società, che quindi sono rimasti a carico esclusivo delle famiglie.
Ormai la pancia brontola, quindi una parte di noi si mette ai fornelli, l’altra parte organizza la serata. Il cous cous è ottimo, da veri cittadini del mondo! Una volta satolli, ci copriamo per bene ed andiamo alla scoperta di Torino by night.
La sorte ci assiste, ed un vetturino gentile ci porta “come suoi ospiti” in centro, in via Rossini.
Basta seguire gli anelli tricolori della Mole ed il gioco è fatto. Eccoci alla base dell’imponente costruzione in muratura, che dall’alto dei suoi 167 m è stata a lungo la più alta d’europa. La prima riflessione va allo spingersi oltre i confini, sempre più in alto per seguire virtù e passioni. Come Antonelli, che arrivato quasi al tetto della sua costruzione decise poi di innalzarla di oltre la metà, o come Simoncelli, che era felice di correre e spingere la moto sempre più in là. Scriviamo su di un foglio i nostri sogni, le nostre “torri” da costruire. Consegniamo ad una piantina alla base della Mole le nostre speranze e procediamo.
Cammina cammina, arriviamo nella splendida ed elegante piazza Carlo Alberto, con il museo del Risorgimento. Raggiungiamo sotto i portici Dechirichiani la vasta piazza castello, con Palazzo Reale sobrio e simmetrico, la torre littorica, le statue misteriose di Castore e Polluce.
Benni ci parla della Torino esoterica, mentre il cuore subisce il fascino discreto della città sabauda. Davanti al Duomo, Federica ci parla della Sindone, della scherma tra fede e scienza per cercare di intuire il suo mistero. E così, affidiamo uno ad uno i nostri dubbi di fede al portone del Duomo, sussurrandoli. Passiamo per i giardini, sotto la porta Palatina, ed entriamo nel quartiere di Porta Palazzo, con il mercato che sa di pesce, i palazzi sbrecciati che sanno di Francia, gli extra comunitari a capannelli ed il lungo Corso Regina Margherita.
Lo imbocchiamo, vedendo prima sfilare il Cottolengo, e poi la facciata illuminata di Santa Maria Ausiliatrice, la casa madre dei Salesiani di Don Bosco, nonché sede del primo oratorio del mondo (Valdocco, Pasqua 1846) . Così leggiamo la storia di DB (con buona pace di Filippo) e riflettiamo su tutti coloro che dal niente costruiscono un sogno esteso come il mondo, complesso come il mondo, coraggioso come il cielo. Così assieme ricordiamo i nostri “sognatori” e per ognuno di loro poggiamo un seme ai piedi della statua di DB. Da Giorgio Ambrosoli a Madre Teresa di Calcutta, da BP a Don Guanella, fino alle nostre persone care, i nostri nonni, genitori, zii.. tutte persone che hanno gettato semi al vento (per far fiorire il cielo!!)
Ormai l’ora è tarda, e la strada lunga, per cui ci incamminiamo e dopo una scena magistrale alla Forca e finalmente prendiamo un bus che porta in corso Belgio, e da lì una bella scarpinata di mezzora, fino alla base… crolliamo nei sacchiapelo!

Torino 31 Ottobre 2011
Anche oggi, sveglia presto e subito colazione a base di torte/biscotti razionati (i marshmallow sono finiti)
In fretta e furia facciamo le pulizie, e di corsa scappiamo a prendere la 68, fino al caffè Basaglia. La luce del sole è molto bella, e fa quasi venire voglia di pulizia. Così ci mettiamo di guzzo buono a pulire cucina, saloni, bar, mentre Fillo va intrepidamente a caccia di Ragnatele. Dopo la pulizia, ci prendiamo del tempo per affrontare la catechesi preparata da Giuls e Benni, sul tema della follia, con domande di guida.
In breve tempo la discussione decolla, e passiamo dalla follia ai miracoli, al senso dell’intervento divino e della libertà dell’uomo. Fillo avanza le sue teorie libertarie e piene di speranza, e subito la palla passa al tema del progresso, dell’eugenetica, della differenza tra “giocare a fare Dio” e “farsi simile a Dio”, e quindi del rapporto Fede e Scienza. Insomma di carne al fuoco ce n’è stata tanta, e la discussione volava alta. Chiudiamo leggendo la storia di un pazzo, ossia il buon samaritano, che solo fra tutti si mette in gioco e cerca di farsi prossimo. Ormai la tavola è imbandita, quindi ci sediamo e parliamo con Enzo e altri tre soci di Torino, Chiamparino e Pisapia, mentre ad un certo punto compaiono dei pasticcini deliziosi, e non facciamo in tempo a dire “Boia Faust che Gianduja!” che sono già finiti. Sparecchiamo, puliamo e salutiamo. E’ tempo di tornare in terre lombarde. A porta nuova corriamo come degli invasati (il treno partiva a minuti) ed Ale ci fa ‘o miracolo prendendo i biglietti all’ultimo secondo. In treno c’è chi parla, chi dorme, chi si tira le vecchiette e in men che non si dica siamo sotto la volta di ghisa della Centrale, ed il campo è finito. Un voga d’occasione, e si va a casa. Ma nello zaino portiamo i sorrisi di Fabio, Giancarlo, Fabiola, Leo e degli altri camerieri, la crema nutella dei pasticcini, la sensazione che spesso facendo servizio si riceva più di quel che si dà, la bella Torino, così scout friendly, il coraggio di osare e volare alto.

Buona Strada!

Il Clan

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